Vola, colomba bianca, vola
Diglielo tu
Che tornerò...
Il brano nasce in un momento storico molto particolare. Dopo la Seconda guerra mondiale, il trattato di Parigi del 1947 aveva separato Trieste dall’Italia, creando il cosiddetto “Territorio Libero di Trieste”, una città-stato posta sotto la protezione delle Nazioni Unite. La questione triestina era una ferita aperta: molti italiani vivevano quella separazione come un’ingiustizia e speravano nel ritorno della città alla madrepatria. Solo nel 1954, con il memorandum di Londra, Trieste sarebbe tornata sotto la sovranità italiana.
In questo clima di incertezza e nostalgia, “Vola colomba” divenne il canto della speranza.
La canzone può infatti essere letta su due livelli: da un lato, la storia di due innamorati separati che si promettono di ritrovarsi; dall’altro, la metafora di Trieste e dell’Italia, divise ma fiduciose di un ricongiungimento. Versi come “Fummo felici, uniti, e ci han divisi” e “Diglielo tu che tornerò” esprimono una speranza collettiva, più che personale. La colomba diventa il simbolo di un messaggero d’amore e di pace, ma anche di libertà e di ritorno all’unità nazionale.
Il testo di Cherubini, con la sua apparente semplicità, è ricco di riferimenti alla città di Trieste: la cattedrale di San Giusto (“inginocchiata a San Giusto”), i cantieri navali (“lasciavamo il cantiere”), e l’affettuoso “il mio vecio”, parola triestina per “padre”. Questi dettagli, uniti al tono malinconico del brano, crearono un’immagine tenera e struggente di un’Italia che attende il ritorno di una parte di sé.
L’interpretazione di Nilla Pizzi contribuì in modo decisivo al successo della canzone. Durante la serata sanremese, la cantante – vestita con un elegante abito nero decorato d’oro – dedicò con emozione “Vola colomba” “alla mamma, alle sorelle… e a Trieste”, suscitando un applauso commosso del pubblico. Il presentatore Nunzio Filogamo si unì alla dedica, sottolineando il valore simbolico di quel gesto. In un’Italia che ancora portava i segni della guerra e delle divisioni, la canzone divenne un momento di unione e orgoglio nazionale.
Il suo tono dolente ma dignitoso si inserisce nel filone delle canzoni regionali-nostalgiche dell’epoca, ma la sua eco andò ben oltre: “Vola colomba” divenne un vero inno irredentista popolare, espressione di un sentimento collettivo più che di una semplice vicenda sentimentale.
-testo-
Vola colomba
Dio del Ciel, se fossi una colomba
Vorrei volar laggiù dov’è il mio amor
Che inginocchiata a San Giusto
Prega con l’animo mesto
Fa che il mio amore torni, ma torni presto
Vola, colomba bianca, vola
Diglielo tu (diglielo tu)
Che tornerò (che tornerò)
Dille che non sarà più sola
E che mai più (e che mai più)
La lascerò
Fummo felici, uniti, e ci han divisi (e ci han divisi)
Ci sorrideva il sole, il cielo, il mar (il cielo, il mar)
Noi lasciavamo il cantiere
Lieti del nostro lavoro
E il campanon, din don, ci faceva il coro
Vola, colomba bianca, vola
Diglielo tu
Che tornerò
Tutte le sere m’addormento triste
E nei miei sogni piango e invoco te
Pure il mi vecio ti sogna
Pensa alle pene sofferte
Piange e nasconde il viso tra le coperte
Vola, colomba bianca, vola
Diglielo tu
Che tornerò
https://it.wikipedia.org/wiki/Vola_colomba




