Cerchio che abbraccia e poi ti scaccia
Ho il ballo di San Vito e non mi passa...
Il ballo di San Vito è una delle canzoni più celebri di Vinicio Capossela, pubblicata nel 1996 come traccia d’apertura e singolo dell’omonimo quarto album in studio. Con questo brano il cantautore inaugura una nuova fase della sua carriera, abbandonando in gran parte le atmosfere jazz e malinconiche dei primi dischi per avvicinarsi alla musica popolare del Sud Italia, al folk rock e a sonorità più energiche e istintive.
La canzone è costruita come una trascinante tarantella e prende il titolo dal “ballo di San Vito“, nome popolare con cui è conosciuta la Corea di Sydenham, una malattia neurologica che provoca movimenti involontari. Secondo la tradizione, san Vito, martire cristiano morto nel 303 d.C. e patrono dei danzatori, avrebbe guarito il figlio dell’imperatore Diocleziano da questa malattia, che da allora è stata associata al suo nome.
Capossela utilizza il “ballo di San Vito” come metafora di un’inquietudine interiore e di un bisogno continuo di muoversi e cercare nuovi orizzonti. Il testo è fortemente ispirato alla Puglia e al Salento, in particolare alla festa di San Rocco di Torre Paduli, dove la pizzica e la tradizionale danza delle spade vengono ballate fino all’alba.
Nel testo viene descritta una festa popolare del Sud Italia, tra profumi di cibo, vino, musica e falò, ispirata alle tradizioni legate alla pizzica e al tarantismo. L’atmosfera è intensa e quasi rituale, con immagini che richiamano il Salento; vengono citati elementi della tradizione popolare, della religione e di antichi riti.
Il protagonista dice di avere Il “ballo di San Vito”, e cerca di liberarsi da questa sofferenza si porta dentro da trent’anni. La danza diventa così un rito di liberazione, un momento in cui si cerca di dimenticare la desolazione e di sentirsi vivi.
In definitiva, la canzone parla dell’inquietudine umana, del bisogno di liberarsi dai propri demoni interiori e della forza della musica, della danza e delle tradizioni popolari come strumenti per affrontare il dolore e ritrovare, anche solo per un momento, un senso di libertà.
Dal punto di vista musicale, il pezzo si distingue per il ritmo ossessivo e travolgente, con atmosfere quasi tribali. Gli arrangiamenti, realizzati insieme a Evan Lurie, vedono la partecipazione del chitarrista Marc Ribot, che contribuisce con sonorità graffianti e intense.
Anche l’interpretazione vocale di Capossela cambia radicalmente: la voce diventa teatrale, potente e quasi febbrile, rispecchiando il carattere frenetico della canzone.
Negli anni il brano è diventato uno dei simboli del repertorio di Capossela e ha raggiunto un pubblico ancora più ampio grazie al suo inserimento nella colonna sonora del film Il 7 e l’8 di Ficarra e Picone.
-testo-
Il ballo di San Vito
Salsicce, fegatini, viscere alla brace
E fiaccole danzanti, lamelle dondolanti
Sul dorso della chiesa fiammeggiante
Vino, bancarelle, terra arsa e rossa
Terra di sud, terra di sud, terra di confine
Terra di dove finisce la terra
E il continente se ne infischia, e non il vento
E il continente se ne infischia e non il vento
Mustafà viene di Africa, e qui soffia il vento d’Africa
E ci dice “tenetemi fermo” e ci dice “tenetemi fermo”
Ho il ballo di San Vito e non mi passa
Ho il ballo di San Vito e non mi passa
La desolazione che era nella sera
S’è soffiata via col vento, s’è soffiata via col rum
S’è soffiata via da dove era ammorsata
Vecchi e giovani pizzicati, vecchi e giovani pizzicati
Dalla taranta, dalla taranta, dalla tarantolata
Cerchio che prude, cerchio che apre
Cerchio che spinge, cerchio che stringe
Cerchio che abbraccia e poi ti scaccia
Ho il ballo di San Vito e non mi passa
Ho il ballo di San Vito e non mi passa
Dentro il cerchio del voodoo mi scaravento
E lì vedo che la vita è quel momento
Scaccia, scaccia satanasso, scaccia il diavolo che ti passa
Scaccia il male che c’ho dentro o non sto fermo
Scaccia il male che c’ho dentro o non sto fermo
A noi due, balliam la danza delle spade
Fino alla squarcio rosso d’alba
Nessuno che m’aspetta, nessuno che m’aspetta
Nessuno che mi aspetta o mi sospetta
Il cerusico c’ha gli occhi ribaltati e il curato non se ne cura
Il ragioniere non ragiona, Santo Paolo non perdona
Ho il ballo di San Vito e non mi passa
Ho il ballo di San Vito e non mi passa
Questo è il male che mi porto da trent’anni addosso
Fermo non so stare in nessun posto
Rotola, rotola, rotola il masso, rotola addosso, rotola in basso
E il muschio non si cresce sopra il sasso
E il muschio non si cresce sopra il sasso
Scaccia, scaccia satanasso, scaccia il diavolo che ti passa
Le nocche si consumano, ecco iniziano i tremori
Della taranta, della taranta, della tarantolata
https://it.wikipedia.org/wiki/Il_ballo_di_San_Vito_(singolo)




