Il quinto dice non devi rubare
E forse io l’ho rispettato
Vuotando, in silenzio, le tasche già gonfie
Di quelli che avevan rubato…
La canzone dà voce a Tito, il cosiddetto “buon ladrone”, crocifisso accanto a Gesù. Nei vangeli apocrifi Tito è l’uomo che durante la fuga in Egitto impedisce alla sua banda di derubare Maria e Giuseppe: una figura marginale, violenta e misericordiosa allo stesso tempo. De André lo elegge a simbolo degli ultimi e gli affida una rilettura dei Dieci Comandamenti. È lo stesso autore a chiarirne il senso: mostrare come cambierebbero le leggi se fossero dettate da chi non ha potere; mettere in luce la distanza tra la legge divina proclamata e la realtà degli esseri umani che la usano, spesso, per giustificare sopraffazione e ipocrisia.
Tito, crocifisso insieme a Gesù, fa una specie di lunga confessione in punto di morte, passando in rassegna ogni precetto, ma filtrandolo attraverso la sua esperienza concreta di essere umano che ha conosciuto dolore, povertà, violenza: racconta di non aver trovato protezione né conforto in Dio quando ha sofferto, di aver conosciuto padri violenti, templi pieni di preghiere ma anche di potere e sangue, uomini che rubano e uccidono “in nome di Dio” sentendosi giusti.
Di fronte a questo, le sue colpe appaiono quasi minori, commesse senza alibi sacri, senza trasformarle in verità assolute. Il testo smaschera una morale che condanna il desiderio, il corpo e la miseria, ma tollera la violenza se è rivestita di autorità religiosa.
Ogni comandamento viene così smontato non per gusto provocatorio, ma per esperienza diretta. Tito non nega il valore astratto della morale, ma ne denuncia l’uso concreto come strumento di oppressione.
Il momento centrale è il confronto con la morte di Cristo: la legge che dice “non uccidere” è la stessa che ha portato alla crocifissione del Nazareno, dimostrando come anche la giustizia divina possa essere tradita dagli uomini.
Di fronte a quell’uomo che muore, il protagonista sente finalmente il dolore vero e, attraverso la pietà, arriva a una rivelazione diversa da quella dei comandamenti: l’amore. Non un amore imposto come legge, ma come esperienza concreta, come solidarietà tra chi soffre la stessa sorte. Non è Dio a rivelarsi all’uomo, ma l’uomo all’altro uomo. È un finale che ribalta tutto: non redenzione ultraterrena, ma compassione, vicinanza, umanità condivisa.
La forza della canzone è proprio quella di denunciare la mano del potere che si nasconde dietro i dogmi religiosi, le morali edificanti, i riti vuoti, la pena di morte, l’idea stessa di un Dio lontano e astratto, costruito a immagine dei dominatori.
Musicalmente il brano nasce da un’intuizione particolare. De André aveva scritto il testo canticchiandolo sulla melodia di Blowin’ in the Wind di Bob Dylan, che gli forniva un riferimento naturale per ritmo e andamento. Non avendo però una formazione country, sentì la necessità di costruire una musica originale che conservasse quello spirito folk ma fosse coerente con la sua identità. Entrano così in gioco Corrado Castellari, che compose la musica in una sola notte, e Gian Piero Reverberi, che ne curò l’arrangiamento. Il risultato è un compromesso riuscitissimo: l’attacco solenne e quasi medievale richiama una dimensione arcaica e sacrale, mentre lo sviluppo melodico evoca chiaramente Bob Dylan, fondendo folk americano e sensibilità italiana.
L’arrangiamento accompagna la progressione emotiva del testo: all’inizio solo voce e chitarra, poi una crescita costante degli strumenti che culmina nell’ultima strofa, quando Tito, vedendo le sofferenze di Gesù, si apre spontaneamente all’amore e alla compassione.
De André considerava “Il testamento di Tito” una delle sue canzoni migliori, insieme ad Amico fragile, perché scritta “col cuore” e senza paura di apparire retorico. È anche uno dei suoi brani più duri e più attuali. Affidare una critica così feroce della religione istituzionale, della morale imposta e della violenza del potere a un ladro condannato significa ribadire che la verità, se esiste, nasce sempre dal basso. Per questo la canzone continua a parlare al presente: è una canzone contro ogni abuso travestito da legge, contro ogni civiltà che si pretende superiore mentre produce esclusione e dolore.
-testo-
Il testamento di Tito
Credevano a un altro diverso da te
E non mi hanno fatto del male
Credevano a un altro diverso da te
E non mi hanno fatto del male
Non nominare il nome di Dio
Non nominarlo invano
Con un coltello piantato nel fianco
Gridai la mia pena e il suo nome
Ma forse era stanco, forse troppo occupato
E non ascoltò il mio dolore
Ma forse era stanco, forse troppo lontano
Davvero lo nominai invano
Onora il padre, onora la madre
E onora anche il loro bastone
Bacia la mano che ruppe il tuo naso
Perché le chiedevi un boccone
Quando a mio padre si fermò il cuore
Non ho provato dolore
Quanto a mio padre si fermò il cuore
Non ho provato dolore
Ricorda di santificare le feste
Facile per noi ladroni
Entrare nei templi che rigurgitan salmi
Di schiavi e dei loro padroni
Senza finire legati agli altari
Sgozzati come animali
Senza finire legati agli altari
Sgozzati come animali
Il quinto dice non devi rubare
E forse io l’ho rispettato
Vuotando, in silenzio, le tasche già gonfie
Di quelli che avevan rubato
Ma io, senza legge, rubai in nome mio
Quegli altri nel nome di Dio
Ma io, senza legge, rubai in nome mio
Quegli altri nel nome di Dio
Non commettere atti che non siano puri
Cioè non disperdere il seme
Feconda una donna ogni volta che l’ami
Così sarai uomo di fede
Poi la voglia svanisce e il figlio rimane
E tanti ne uccide la fame
Io, forse, ho confuso il piacere e l’amore
Ma non ho creato dolore
Il settimo dice non ammazzare
Se del cielo vuoi essere degno
Guardatela oggi, questa legge di Dio
Tre volte inchiodata nel legno
Guardate la fine di quel Nazzareno
E un ladro non muore di meno
Guardate la fine di quel Nazzareno
E un ladro non muore di meno
Non dire falsa testimonianza
E aiutali a uccidere un uomo
Lo sanno a memoria il diritto divino
E scordano sempre il perdono
Ho spergiurato su Dio e sul mio onore
E no, non ne provo dolore
Ho spergiurato su Dio e sul mio onore
E no, non ne provo dolore
Non desiderare la roba degli altri
Non desiderarne la sposa
Ditelo a quelli, chiedetelo ai pochi
Che hanno una donna e qualcosa
Nei letti degli altri già caldi d’amore
Non ho provato dolore
L’invidia di ieri non è già finita
Stasera vi invidio la vita
Ma adesso che viene la sera ed il buio
Mi toglie il dolore dagli occhi
E scivola il sole al di là delle dune
A violentare altre notti
https://it.wikipedia.org/wiki/La_buona_novella
https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=12403
La Genova di Fabrizio De André, Fabrizio Càlzia




