Ehi, notte, quante notti ti ho incontrato
Quando tutti eravamo ancora ignari
Di quel che ci sarebbe capitato...
“Canzone di notte n. 4” è una canzone di Francesco Guccini pubblicata nel 2012 come traccia d’apertura dell’album L’ultima Thule. È l’ultimo capitolo della serie delle “Canzoni di notte”, iniziata nel 1970 con “Canzone di notte n. 1” e proseguita con “Canzone di notte n. 2” e “Canzone di notte n. 3”. Con questo quarto brano Guccini chiude quindi una sorta di percorso durato più di quarant’anni.
Rispetto alle precedenti canzoni dedicate alla notte, qui l’ambientazione è totalmente diversa: non ci sono più la Bologna notturna, le osterie, gli amici, la musica e i rumori della città; questa è la notte di Pàvana, il paese dell’Appennino tosco-emiliano legato alla famiglia e all’infanzia di Guccini. È una notte molto più silenziosa e tranquilla, immersa nella natura, nei boschi e nei ricordi.
Nel silenzio riaffiorano i ricordi dell’infanzia, della casa, dei nonni e del Mulino di Chicon; i ricordi di quando lui era giovane, con emozioni, inquietudini, domande, pensieri assai lontani che provenivano da un mondo che ora non c’è più, travolto da una modernità allora inimmaginabile. Il tempo è passato, i luoghi sono cambiati e anche Guccini è cambiato.
La notte diventa quindi un momento di memoria e di bilancio della propria vita. Il tema centrale è il passare del tempo e la consapevolezza della vecchiaia. Se nelle precedenti “Canzoni di notte” prevalevano inquietudine, ribellione e voglia di vivere, qui prevale la quiete. Di fronte al buio, Guccini si interroga anche sulla morte e su ciò che potrà attenderlo alla fine del cammino: rimpianto, tranquillità, noia o verità.
La canzone rappresenta così la conclusione ideale del ciclo delle “Canzoni di notte”. Nella notte di Pàvana si incontrano l’infanzia, la giovinezza, la memoria e la vecchiaia. Il passato non è soltanto nostalgia, ma diventa parte dell’accettazione del tempo che passa e della ricerca di una possibile pace.
Nell’introduzione parlata del brano intervengono le voci di Franco Casari e Ariela Caruso. Nel testo compaiono parole legate alla cultura e alla vita di montagna, che testimoniano il forte legame di Guccini con il mondo dell’Appennino. Rimane inoltre un sottile richiamo alla tradizione delle ballate folk, molto importante nella sua musica.
-testo-
Canzone di notte N.4
Ehi, notte, che mi arrivi di soppiatto
Notte senza rumori e senza imprese
Ehi, notte, che ti strusci come un gatto
Contro gli angoli più oscuri del paese
Ehi, notte, che ti insinui in ogni anfratto
Notte pavanese
Ehi, notte, che improvvisa sei discesa
Felina e silenziosa, come il lupo
E non permetti difesa, né resa
E tutto avvolgi in un mantello cupo
Ehi, notte, che mi ha vinto, di sorpresa
Del tuo viluppo
Il fiume muglia sempre laggiù in fondo
E nel silenzio, bevi la sua voce
Racconta questo eterno vagabondo
Storie del viaggio, da sorgente a foce
Ma lo interrompe un camion errabondo
Che romba veloce
Ehi, notte, che ricalchi l’atmosfera
Svagata e dolce, di quando ero bambino
E la bàttola1, ritmica, sbatteva
In casa, giù dai ruoti all’abbaìno
E sentivi le màcine frusciare
Dentro il mulino
Ehi, notte, quante notti ti ho incontrato
Quando tutti eravamo ancora ignari
Di quel che ci sarebbe capitato
Notti senza traguardi e cellulari
E immortali, avevamo forza e fiato
Come corsari
La notte la lasciavi scivolare
E poi svaniva, col primo barlume
Età acerba e una gran voglia di andare
A parlare coi boschi e con il fiume
Mentre adesso quel mondo ti scompare
Sotto il bitume
Ehi, notte, che sussurri lentamente
Le rime di poeti ormai scordati
Pagine lette a vuoto, tutto e niente
Giorni e ricordi, già dimenticati
Chimici giochi, erosi dalla mente
Via, frantumati
Ehi, notte, larva oscura di altre notti
Rabbiose, fatte a morsi, divorate
Prendendo a gabbo ipocriti e bigotti
Lunghe d’inverno, eterne nelle estati
Chitarra e vino e via, come cazzotti
Notti passate
Ma tutto cambia attorno e già lo sai
Ti gira dentro e fuori, la tua età
E allora notte, che mi porterai?
Rimpianto, quiete, noia o verità?
O indifferente a tutto, te ne andrai
Senza pietà?
Notte di stelle, a correre nel cielo
O son le nubi che spinte dal vento
Sbatacchiano impazzite come un telo
Che cambia forma e posa ogni momento?
E la Luna scompare dietro a un velo
D’ombra e d’argento
Le poche luci accese sulle coste
Figurano un presepio di maniera
Immagini e animali, nelle roste2
E voci d’altri tempi e d’altra era
Senti domande, accennano risposte
E una preghiera
Ehi, notte, che mi lasci immaginare
Fra buio e luci, quando tutto tace
I giorni per la quiete e per lottare
Il tempo di tempesta e di bonacce
Notte tranquilla che mi fai trovare
Forse la pace
- “battola”, un attrezzo caratteristico della macchina del mulino ↩︎
- “roste”: le trincee scavate nel terreno per impedire alle castagne di scivolare lungo i pendii, ↩︎
https://it.wikipedia.org/wiki/L%27ultima_Thule
https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=63231&lang=it
Francesco Guccini. Siamo quello che non resta – Claudio Sassi, Odoardo Semellini
Fra la Via Emilia e il Wes. Francesco Guccini: le radici, i luoghi, la poetica – Paolo Talanca




